Tipi di dolore

Il dolore può essere classificato in vario modo, per esempio in base a dove viene percepito, alla sua natura, alla durata, all’intensità.
Tali aspetti possono essere considerati anche combinati tra loro e quelli più importanti sia per il paziente, in quanto ne influenzano la qualità di vita, che per il medico, per la scelta del trattamento più adeguato sono spesso la durata e l’intensità del dolore.


Dolore acuto

Il dolore acuto è la normale e prevedibile risposta fisiologica a uno stimolo dannoso (nocivo). Può essere ben localizzato e la sua intensità è correlata allo stimolo scatenante. A differenza del dolore cronico, è di durata limitata e si riduce con la cessazione dello stimolo dannoso. Il dolore acuto ha un ruolo di segnale d’allarme e di protezione: indica che è presente un danno e previene che questo si amplifichi ulteriormente dando inizio a reazioni per contrastarlo.
Il dolore acuto è il risultato di una condizione che stimola i “sensori del dolore” del nostro organismo (nocicettori), come infiammazione, lesioni, sanguinamenti (emorragie), tumori, infezioni, problemi metabolici o di natura endocrina.
Una volta stimolati, i nocicettori trasmettono lo stimolo al midollo spinale. Dal midollo spinale lo stimolo doloroso viene trasmesso al cervello, dove viene percepito come dolore.
Per la sua natura, viene anche identificato come un dolore di tipo “nocicettivo” (perché causato dall’attivazione dei nocicettori).
In caso di un dolore molto intenso, a seguito della percezione del dolore si possono inoltre attivare una serie di reazioni automatiche che interessano vari organi e apparati (per es. può comparire tachicardia, aumento della respirazione, nausea, etc)

Dolore post-operatorio

Il dolore acuto generalmente si verifica a seguito di traumi e lesioni di diversa natura. In particolare, il dolore acuto post operatorio è una tipologia di dolore che viene originato dalla procedura chirurgica.
Un trattamento inadeguato e non tempestivo del dolore post operatorio può determinare l’insorgenza di dolore cronico, depressione e altre complicanze.
Infatti, il dolore acuto post operatorio non adeguatamente controllato è tra le prime cause di ritardo nella dimissione dei pazienti.
Tutti i tipi di dolore acuto post operatorio, quindi, devono essere trattati rapidamente ed in modo efficace per migliorare il benessere del paziente, evitare le complicanze e prevenire l’insorgenza del dolore cronico.

Dolore cronico

Generalmente il dolore viene considerato cronico se ha una durata superiore a 3 mesi, anche se può presentare i requisiti di cronicità anche molto prima. A differenza del dolore acuto, quello cronico perde il suo ruolo di allarme e di protezione e diviene una vera e propria malattia.
Il dolore cronico è molto frequente. In Europa colpisce 1 adulto su 5 (19%) e la sua prevalenza è in crescita; circa 1/3 di queste persone manifesta dolore cronico grave e circa la metà un dolore costante.
Il dolore cronico, se non adeguatamente trattato, influenza la qualità di vita del paziente e diventa un ostacolo dal punto di vista fisico, sociale e psicologico:
Oltre alla sofferenza causata dal dolore, il paziente può presentare ridotta mobilità e autonomia, peggioramento della qualità di vita e disturbi del sonno, depressione; inoltre circa il 60% dei pazienti con dolore cronico non è in grado, o lo è in maniera ridotta, di svolgere normalmente il proprio lavoro.
In particolare, i pazienti anziani affetti da dolore cronico sono a maggior rischio di sviluppare disturbi depressivi, aspetto non secondario quando è necessaria la collaborazione del paziente come in fase riabilitativa.
Fino al 50% dei pazienti con dolore cronico riferisce una ridotta capacità di mantenere i rapporti familiari e le relazioni sessuali.
Inoltre, è stato calcolato che una persona su 5 ha perso il lavoro a causa del dolore cronico che quindi ha un importante costo sociale; rappresenta, infatti, una delle forme di sofferenza a più alto costo nei paesi industrializzati. In Europa si contano almeno 500 milioni di giorni di lavoro persi ogni anno, con un costo di circa 34 miliardi di euro.
Mentre Il dolore acuto ha uno stretto rapporto con il danno tessutale che lo causa sia in senso temporale che d’intensità, il dolore persistente o cronico assume caratteristiche proprie evolvendo, se non curato, in una malattia a sé stante.
Il dolore persistente o cronico perde il ruolo fisiologico di “campanello di allarme” del dolore acuto e diventa esso stesso malattia del sistema nervoso, sostenuta da modificazioni delle strutture nervose deputate alla sua trasmissione, modulazione ed elaborazione.
Il dolore cronico è un fenomeno complesso. È il risultato di modificazioni a livello di sistema nervoso centrale causate da processi periferici continui come ad esempio una malattia degenerativa o infiammatoria cronica, potendo, tuttavia, presentarsi anche indipendentemente da una causa evidente come nel caso della fibromialgia. Una caratteristica distintiva è la sensibilizzazione, che causa dolore anche a seguito di stimoli non dolorosi come il contatto con un tessuto (si parla di allodinia) o causare un dolore più intenso rispetto allo stimolo ricevuto (si parla di iperalgesia).
Più a lungo dura il dolore, meno possibilità ci sono di ripristinare la corretta funzionalità del sistema nervoso. Un esempio può essere il dolore muscolo-scheletrico che nella maggior parte dei casi nasce localizzato per poi evolvere nel tempo sia estendendosi ad aree del corpo sempre più ampie sia complicandosi con la comparsa di alterazioni sensoriali, quali iperalgesia e allodinia. Questa evoluzione segna il passaggio da dolore acuto a dolore persistente e cronico.

Dolore muscoloscheletrico

Il dolore muscolo-scheletrico è il sintomo che più spesso spinge il paziente a consultare il medico ed è una delle principali cause di disabilità. A tutt’oggi il trattamento rimane spesso difficile e complesso sia anche perché il dolore muscolo-scheletrico è causato da numerose condizioni fra loro molto eterogenee quali l’artrosi, le patologie vertebrali, l’osteoporosi, le fratture e le alterazioni muscolo-tendinee. Il dolore più frequentemente è localizzato alla colonna vertebrale toraco-lombare (65%), seguito dal dolore alle articolazioni (52%) e dalla cervicalgia (32%) e l’intensità è nella maggior parte dei casi, moderata (60%) o grave (22%).
Nell’ambito del dolore muscoloscheletrico, si sta facendo luce su come un dolore acuto possa evolvere in cronico, soprattutto quando lo stimolo iniziale sia particolarmente intenso o trattato in modo inadeguato. In questi casi possono alterarsi le vie centrali del dolore, in particolare a livello del midollo, sia per un eccesso di stimoli dolorosi che per una insufficienza del sistema di controllo inibitorio. Il dolore acuto si trasforma così in dolore persistente o ricorrente (cioè con episodi che si ripresentano nel tempo, per esempio con frequenza mensile) e quindi in dolore cronico. Ne consegue che l’uso degli analgesici deve essere precoce e adeguato all’intensità e alla durata del dolore.

Dolore da cancro

Il dolore in oncologia è un sintomo frequente che necessita di adeguato trattamento in quanto pregiudica il benessere fisico e psichico del paziente. Il dolore è mediamente presente nel 53% dei malati oncologici, tale percentuale è destinata ad aumentare se si considerano le fasi attive di trattamento antitumorale (59%) e le fasi avanzate di malattia (64%)
Il dolore da cancro condivide le basi patogenetiche degli altri tipi di dolore, potendo riconoscersi dolori di tipo nocicettivo, sia somatici che viscerali, che di tipo neuropatico; molto spesso, però, si tratta di un dolore complesso in cui coesistono diverse componenti che possono derivare sia dal tumore che dalle terapie anticancro effettuate o in corso. Aspetti peculiari sono infatti rappresentati dal dolore osseo conseguente al coinvolgimento metastatico delle strutture scheletriche e dal dolore indotto dai trattamenti antitumorali (esempi possono essere il dolore neuropatico o articolare causato da alcuni farmaci o il dolore a livello di cute o mucose conseguente a radio o chemioterapia).
Il trattamento del dolore in oncologia fa parte dell’approccio globale al paziente cosicché se ne devono considerare tutti gli aspetti fisici, psicologici, sociali, relazionali e spirituali oltre, ovviamente, a quelli scientifici e di competenza medico-specialistica
Come indicato dalle principali linee-guida, gli oppioidi rappresentano gli analgesici più importanti nel trattamento del dolore oncologico: sono gli analgesici più potenti disponibili in clinica e quindi tutti capaci d’indurre analgesia quando somministrati secondo una posologia appropriata.
Si parla, infine, di dolore episodico intenso (breakthrough pain) quando, in un contesto di dolore oncologico, si verificano delle acutizzazioni improvvise e transitorie della sensazione dolorosa, che raggiunge il culmine della propria intensità in pochi minuti e dura mediamente mezz’ora.

Dolore neuropatico

La prevalenza del dolore neuropatico, o nevralgia, è molto variabile, tuttavia si stima che interessi il 6-8% circa di adulti nello popolazione generale, con maggior frequenza all’aumentare dell’età. Il DN può esercitare un grande impatto sulla vita quotidiana del paziente, superiore rispetto alle altre forme di dolore cronico. Il dolore neuropatico, è un dolore cronico che compare a seguito di una lesione o in generale a seguito di un danno alle fibre nervose. È quindi un dolore che origina non dai nocicettori, che in caso di dolore neuropatico non vengono attivati, bensì da un malfunzionamento della fibra nervosa che porta “l’informazione dolore” al cervello. Se il danno avviene a livello del cervello o del midollo spinale si parlerà di dolore neuropatico centrale, quale ad es. il dolore post-ictus o il dolore da sclerosi multipla. Negli altri casi, quando cioè vengono coinvolte le fibre nervose periferiche, si parlerà di dolore neuropatico periferico. Nel 60% dei casi, il dolore neuropatico periferico è superficiale e circoscritto in un’area limitata (a livello della cute) ed in questo caso si parlerà di dolore neuropatico localizzato, come nel caso della nevralgia post-erpetica (fuoco di Sant’Antonio), della sindrome del tunnel carpale o delle neuropatie post-traumatiche o chirurgiche.
Caratteristica del dolore neuropatico, sia esso centrale, periferico o localizzato, è la presenza di sensazioni fastidiose quali il formicolio o una ridotta sensibilità, nonché la presenza di dolore che il paziente percepisce come bruciante, a scarica elettrica, a pugnalata, molto spesso accompagnato da allodinia (ovvero da dolore a seguito di stimoli che in condizioni normali non sono dolorosi) e da iperalgesia (ovvero da una risposta esagerata ad uno stimolo doloroso).

Dolore infiammatorio

Il dolore infiammatorio è una manifestazione che accompagna l’infiammazione (o flogosi), un processo di reazione naturale del nostro corpo alla lesione di cellule o tessuti a seguito di un trauma, un’ustione, una lesione, un’infezione virale o batterica e altre situazioni di pericolo per il corpo, che ci permette di limitare e riparare il più rapidamente possibile il danno subito.
L’infiammazione si può distinguere in acuta (della durata di max 2-3 settimane) e cronica (che persiste nel tempo):

  • Nel caso di un’infiammazione acuta, non appena il tessuto o le cellule vengono lesionati a causa di qualsiasi agente, il nostro organismo mette in moto un meccanismo automatico e locale (la risposta infiammatoria) che mira a espellere, distruggere o, comunque, rendere innocuo l'agente lesivo, a riparare il tessuto danneggiato e a eliminare germi e detriti cellulari.
    I sintomi più importanti della flogosi sono calore e rossore (causati dall’ aumentato flusso sanguigno, gonfiore determinato dall’accumulo di liquidi e dolore provocato dalla compressione e dall'intensa stimolazione dei sensori del dolore a livello del tessuto danneggiato e la compromissione funzionale della zona colpita.
  • Quando il processo infiammatorio persiste nel tempo con la presenza contemporanea di infiammazione attiva, distruzione tissutale e tentativi di riparazione si parla invece di infiammazione cronica; essa può essere causata da un’infiammazione non completamente risolta, da infezioni persistenti, esposizione prolungata ad agenti tossici o da reazioni autoimmuni e di ipersensibilità.